La presenza cinese in Italia
22 November 2019
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Via della Seta: la Cina è già vicina

La Nuova Via della Seta (o Belt Road Initiative, spesso citata con l’acronimo BRI) è il progetto di investimento infrastrutturale finalizzato a costruire e irrobustire le linee di collegamento tra Asia ed Europa: si compone della Silk Road Economic Belt, comunicata dal presidente cinese Xi Jinping ad Astana nel settembre 2013, e dalla Maritime Silk Road, annunciata il mese successivo, durante il meeting della Asian Pacific Economic Cooperation (APEC) di Jakarta. La BRI concorre all’apertura di nuovi corridoi commerciali e all’affermazione dell’immagine di potenza cooperativa e non egemonica; in questa ottica pare da leggersi la particolare attenzione che il governo cinese dedica alle economie emergenti lambite dai nuovi progetti di sviluppo infrastrutturale. Le azioni e le forme di cooperazione in cui si sostanzia sono cinque: il coordinamento delle politiche di sviluppo, la connettività delle infrastrutture, la rimozione degli ostacoli al commercio internazionale, l’integrazione finanziaria e l’avvio di più stretti e stringenti legami tra le popolazioni coinvolte. Secondo i dati forniti dalla Chinese Academy of lnternational Trade and Economic Cooperation del Ministero del Commercio, gli investimenti cinesi nei paesi lungo la BRI ammonterebbero a fine 2017 a quasi 65 miliardi di dollari, con un tasso di crescita annuo medio del 6,9% nell’ultimo quadriennio. Il Reconnecting Asia Database del think tank americano Center for Strategie and lnternational Studies (CSIS) stima che nel periodo compreso tra gli anni 2013 e 2017 siano stati finanziati dalla Cina 173 progetti infrastrutturali in 45 paesi dell’area euro-asiatica. In tal senso evidenziamo la rilevanza delle due istituzioni create appositamente dal governo cinese, Silk Road Fund e Asian Infrastructure Investment Bank.

L’iniziativa sta destando preoccupazioni tra i principali partner coinvolti, ivi compresi quelli europei e statunitensi, per tre ordini di motivi: la ricerca di egemonia politica, economica e culturale, la sostenibilità finanziaria e il non adeguamento alle migliori pratiche internazionali in termini di salvaguardie socio ambientali e della disciplina di mercato.

L’analisi degli investimenti cinesi in Italia non può prescindere dalla consapevolezza della struttura del sistema produttivo: l’ottava economia mondiale e la terza europea, con un mercato interno costituito da circa 60 milioni di persone ed un PIL a prezzi correnti di quasi 36.000 USD pro capite (FMI, 2018). L’Italia è una delle principali porte di accesso a un mercato di 500 milioni di consumatori dell’Unione Europea e a 270 milioni di consumatori del Nord Africa e del Medio Oriente. Il Paese ospita numerosi centri di ricerca e sviluppo di eccellenza e attualmente sono quindici le università italiane classificate fra le cinquecento migliori al mondo secondo i principali ranking internazionali: notevoli sono le eccellenze nella ricerca, è il quinto Paese al mondo per numero medio di citazioni delle pubblicazioni scientifiche prodotte.

La capacità del sistema produttivo affonda le proprie radici nella diffusa presenza di piccole e medie imprese (PMI) organizzate in forma industriale, l’ISTAT conta circa centocinquanta distretti industriali, all’interno dei quali
è prevalente il modello dell’azienda familiare: la percentuale delle PMI che hanno introdotto innovazioni di prodotto e di processo, strategiche e organizzative è superiore alla media dell’Unione europea. Siamo tra i Paesi con il maggior numero di domande di registrazione internazionale di disegni industriali, e terzi nella classifica speciale dei Paesi con il maggior numero di domande di marchio in agro-alimenti.

L’Italia è la seconda economia manifatturiera in Europa e la settima nel mondo, con un surplus commerciale del valore di 103,8 miliardi di dollari (WTO, 2016), e impiega tecnologie fra le più avanzate nel settore manifatturiero per il trattamento delle materie prime, utilizzando meno energia nei processi produttivi rispetto a Francia, Spagna e Germania. Investire in Italia significa avere accesso ad un grande patrimonio di conoscenze intellettuali e specialistiche uniche al mondo in tutti i campi ed uno straordinario know-how in settori strategici quali: macchinari, automazione, moda e design, fino all’alimentare e la cucina. In questi anni l’Italia si è, inoltre, aperta agli investimenti stranieri anche in settori sensibili, quali energia, reti, telecomunicazioni e trasporti. Ulteriore punto di forza è il patrimonio culturale: il Paese è così la quinta destinazione turistica al mondo (UNWTO, 2018).

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Nicola Lattanzi