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La presenza cinese in Italia

Il rapporto tra l’ammontare degli Investimenti Diretti Esteri (IDE) in entrata e PIL (18,7 per cento nel 2016) rimane significativamente inferiore alle medie mondiali (35 per cento), dell’Europa (49,3 per cento) e dell’UE (46,7 per cento), nonché a quello dei principali Paesi europei (Regno Unito 45,5 per cento, Spagna 45,2 per cento, Francia 28,3 per cento e Germania 22,2 per cento). Si osservi come i divari con gli altri paesi europei rimangano elevati, pur avendo l’Italia sfortunatamente beneficiato di una significativa contrazione del PIL, ovvero del denominatore dell’indicatore considerato.

Sul lato dei flussi di IDE in entrata si osserva per l’Italia una debole ripresa a partire dal 2013. In media, nel quinquennio 2012-16 i flussi di IDE verso l’Italia sono rimasti al di sotto della soglia dei 20 miliardi di dollari per anno, livello peraltro analogo a quello del quinquennio precedente (2007-2011).
La tendenza nel volume e nel tasso di crescita degli investimenti cinesi è costantemente in crescita. Rimane tuttavia significativo il rallentamento del processo nell’ultimo anno, per la contrazione della crescita del mercato cinese e l’implementazione delle restrizioni per gli investimenti esteri. All’anno 2017, 300 sono i gruppi investitori presenti con partecipazioni in 641 imprese italiane. Il fatturato della Cina in Italia, considerando il totale delle aziende partecipate e degli investimenti greenfield così come ricostruito dall’agenzia ICE, è di quasi 18 miliardi e occupa 32.690 dipendenti.

Osservando le prime 25 operazioni da noi ordinate per valore della transazione si nota che 12 su 25, e 7 tra le prime 10, sono state operazioni puramente finanziarie, con partecipazioni sotto alla soglia del 10% indicata dal FMI come requisito per la definizione di investimento diretto estero. Tra di esse, la partecipazione della Bank of China in ENI, Intesa Sanpaolo, ENEL, Unicredit, Telecom, FIAT, del Silk Road Fund in Autostrade per l’Italia (si segnala che questa operazione risulta essere l’unica esplicita del fondo senza ricorso alla costruzione di ulteriori veicoli intermedi).

Geograficamente, gli investimenti cinesi sono fortemente concentrati nel Nord Italia. La regione Lombardia ospita 50 investimenti, la maggior parte dei quali nell’area metropolitana di Milano. Ci sono inoltre i due rami della Bank of China, il primo istituito nel 1998 e il secondo aperto nel 2010; nell’anno 2011 anche la Industrial and Commercial Bank of China, la più grande banca al mondo in termini di capitalizzazione di borsa, ha aperto una filiale.

La seconda regione italiana che attrae gli IDE cinesi oggi è l’Emilia Romagna per la sua tradizionale specializzazione in macchinari, poi il Piemonte per la manifattura nel settore automobilistico. Gli investimenti in altre regioni avvengono in diversi settori di specializzazione, ovvero elettrodomestici e biancheria in Veneto, e logistica in Campania e Liguria.

La modalità di ingresso degli investimenti cinesi in Italia si è gradualmente evoluta. La prima ondata di investimenti è avvenuta mediante uffici di rappresentanza ed è stata caratterizzata principalmente da investimenti greenfield su piccola scala, successivamente hanno avuto luogo acquisizioni dal valore costantemente maggiore e da ultimo sembrano nuovamente tornare ad affermarsi per crescita investimenti greenfield orientati al mercato, all’aumentare della capacità d’esportazione cinese.
In ambito finanziario, le imprese cinesi presenti in Italia svolgono attività a supporto dell’internazionalizzazione delle imprese domestiche. Tra esse Bank of China (presente dal 1998), Industrial and Commercial Bank of China (dal 2011), China UnionPay specializzata nel settore delle carte di credito, China Milan Equity Exchange operativa nella consulenza societaria.
Nella meccanica è la ricerca di brand, conoscenze, tecnologie a spingere le acquisizioni cinesi. Tra esse il Gruppo Qianjiang, produttore di scooter e moto a bassa cilindrata, che ha acquisito Benelli. Il settore automobilistico
è ricco di esempi di investimenti greenfield, ricordiamo Yuejin Motor Corp, casa di veicoli commerciali alleata con Iveco. Vanno poi menzionati Haier e Hisense, tra i principali player mondiali nel settore degli elettrodomestici;
Zoomlion, pioniere dell’industria cinese dei macchinari per costruzioni, che ha acquisito l’italiana Cifa; Shig-Weichai che ha rilevato il 75% di Ferretti, leader mondiale nella produzione di imbarcazioni di lusso.
Nell’abbigliamento, le imprese cinesi vedono opportunità di commercio da e per l’Italia e l’Europa; nel 2007, Hembly, principale operatore nella distribuzione dei prodotti moda in Cina, ha acquisito il marchio storico
italiano nell’abbigliamento sportivo Sergio Tacchini. Infine, va rilevato il settore della logistica e dei porti: l’Italia è ponte strategico verso l’Europa, i Balcani e l’area della Comunità di Stati Indipendenti (CIS), per cui sono da anni presenti nel Paese i gruppi multinazionali Cosco, China Shipping Company e CCS.
Al primo posto per numero di imprese i servizi, seguiti da industria manifatturiera e settore energetico. Per quanto riguarda il numero di dipendenti, al primo posto l’industria manifatturiera (72%) seguita dal settore del commercio (11%) e dei servizi (15%).

Da notare come nel tempo sia complessivamente aumentato il peso dell’industria manifatturiera e dei servizi, per quanto la distribuzione sia pressoché costante. Rispetto al numero delle imprese, invece, al primo posto troviamo i servizi (32%), in notevole crescita, seguiti dall’industria manifatturiera (24%), e dal settore energetico (22%).

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Nicola Lattanzi